sabato 1 dicembre 2018

NATURA, NOSTALGIA , di Rosa Maria Mistretta




IN INVERNO
La nebbia serale nascondeva l'intero paesaggio e lo avvolgeva in un silente fruscio. Guardavo assonnata dai vetri logori della minuscola vecchia finestra in cerca di un movimento, di un segno di vita.
Nell’oscurità della notte, anche la stanza era buia, illuminata appena dal languido fuoco del camino che dipingeva di rosso le pareti di lingue traballanti. Vecchi e bambini riuniti silenziosi intorno al fuoco: alcuni seduti su sgabelli logori, altri su vecchi materassi di crine, altri ancora sul freddo pavimento. Restavano tutti attenti e infreddoliti.
Una voce calda e suadente, un po' tremola, raccontava e revocava tutta la serenità delle fredde serate invernali. Rimanevo in silenzio ad ascoltare una per una le parole fatate.
Non ricordo se il narratore stesse rievocando racconti di vita realmente accaduti o inventati, ma a me risuonavano come immagini fantastiche di un mondo ormai perso.
Erano parole che echeggiavano luminose nella nebbia al di fuori della casa, parole che si perdevano nei miei pensieri e nei miei sogni di bambina. E mentre ascoltavo, vedevo da quella piccola finestra infreddolita anch’essa, nell'umidità dalla bruma, foreste selvagge, altipiani desolati, misteriosi e leggendari boschi oscuri con folletti che saltavano fuori dai cespugli.
In quel tempo eravamo molto poveri, ma la mia innocenza di bimba era felice di queste situazioni a me preziose.
Dopo la frugale cena ci riunivamo nella stanza che io definivo ‘dei ricordi’: odorava di muschio.
Erano nascoste nel crepuscolo freddo le emozioni più intense. Il buio arrivava presto e restavamo nella penombra fintanto che dal piccolo spiraglio si intravvedeva sopraggiungere la nebbia.
Restavo sempre accanto alla finestra: era il mio luogo preferito. Dalla mia postazione vedevo piccole gialle luci di case lontane, sfocate dalla nebbia, laggiù, nascoste dal bosco, nello splendore del nulla.
Stavo attenta, in ascolto, nel silenzio di una natura addormentata, per capire se quelle vecchie case, perse in mezzo alla radura abbandonata, fossero anch'esse fatate.
Quando accanto al focolare i racconti languivano come le lingue di fuoco nel camino, il rito della buonanotte era sempre uguale e affettuoso: ci alzavamo lentamente dai nostri giacigli e, felici e assonnati, ci abbracciavamo uno a uno per salutarci e pigramente andavamo verso il riposo notturno.
Scivolavo nel letto morbido e odoroso. Le lenzuola erano fredde ma sarebbero state calde lì a poco. Sotto la coperta pesante chiudevo gli occhi e respiravo profondamente, cercando di scaldarmi e ascoltavo il silenzio tutto intorno.
Mi nascondevo sotto le lenzuola intirizzita e mi sembrava di sentire una musica distante, sommessa, soffice che arrivava dal bosco e che mi cullava lentamente.
Mi abbandonavo tra le braccia del buio, persa in quel grande letto e infreddolita. Con gli occhi grevi di sonno, anche un minimo rumore era fonte di fantasia e anche un po' di paura.
Allora cercavo di addormentarmi, pensando al caldo bosco d'estate, lucente al mattino, quando la rugiada luccicava sulle tele di un ragno, preziosi merletti che segnavano il fresco della notte ancora presente.
Quelle immagini erano così vive nei colori, nelle forme, nella bellezza e appena sorgeva il sole, giocando con i suoi raggi, lasciavo quel mondo lucente per entrare in quello misterioso del sonno.

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