sabato 27 luglio 2019

LETTERATURA E SCIENZA: MONDI CONTRAPPOSTI? DALL’UMANESIMO AL POSITIVISMO, di Rosa Maria Mistretta

la scuola del sapere
la conoscenza - fonte Wikipedia


Propongo ai miei lettori il mio articolo (seconda parte) pubblicato nella rivista Il Salotto degli Autori dell'Associazione culturale Carta e Penna di Torino. L'articolo precedente è consultabile qui

<<Mai come oggi si parla di unità del sapere, per cui si tende a ridurre sempre più la discriminazione tra cultura letteraria e scientifica. Il discorso è lungo e complesso e è estremamente arduo districarsi dalle continue diatribe che caratterizzano le numerose ricerche, le pubblicazioni, le conferenze, i dibattiti sul ruolo della letteratura nel mondo contemporaneo. E’ interessante investigare le modalità con cui si è manifestata, nel passato come nel presente, l’idea di unità del sapere, quali le principali difficoltà teoretiche che essa comporta, ma anche le spinte epistemologiche e culturali che ne sostengono la ricerca. 

In un contesto storico, è luogo comune difficile da estirpare quello che considera l’età dell’Umanesimo quattrocentesco un ostacolo al progresso scientifico. In realtà l’Umanesimo non produsse solo degli eruditi e degli antiquari, né le competenze di costoro riguardarono esclusivamente lo stile e le questioni formali, ma estesero il campo d’azione all’esperienza reale. Gli attacchi contro il principio di autorità da parte di Galilei e della scienza moderna derivano dalla «libertas philosophandi» invocata dall’Umanesimo e racchiude la denuncia dei limiti anche culturali di chi ha tanto impoverito il linguaggio. I letterati del Quattrocento e del Cinquecento garantirono il pluralismo e il recupero degli antichi retori e grammatici e consentirono la pubblicazione di scienziati e filosofi dimenticati durante il Medioevo. 

Gli Studia humanitatis furono una via d’accesso al pensiero moderno. Testi di astronomi, medici, matematici, naturalisti, geografi, ingegneri, architetti si affiancarono alle opere degli oratori, dei poeti, degli storici, favorendo un rinnovamento sostanziale della scienza con la riscoperta di conoscenze greche e latine. Fu insomma l’azione dei filologi dell’Umanesimo a restituire alla civiltà europea il patrimonio scientifico e filosofico delle culture classiche. Dietro la moderna medicina sperimentale e diagnostica c’è la riscoperta di Ippocrate e di Galeno; dietro la costruzione di macchine e strumenti scientifici, con la conseguente rivalutazione del lavoro manuale di artigiani e di ‘meccanici’, c’è la conoscenza di Archimede, poi tanto ammirato da Galilei; dietro gli sviluppi della geometria rinascimentale ci sono le opere di Euclide, ancora mal note in epoca medievale; soprattutto, dietro Nicolò Copernico ci sono le teorie eliocentriche di Aristarco da Samo, e non deve stupire se il suo De revolutionibus orbium coelestium (1543) esordisce citando gli antichi che avevano creduto al moto della Terra. Con Platone il numero e la matematica acquistarono una centralità mai raggiunta nel Medioevo, con Democrito si sviluppò l’atomismo, con la fisica di Epicuro e di Lucrezio, il cui De rerum natura fu ritrovato da Poggio Bracciolini, si creò un’alternativa a Aristotele, con Strabone la geografia cambiò volto, con le opere botaniche di Teofrasto e di Dioscoride, con la Naturalis historia di Plinio il Vecchio si rinnovò lo studio delle piante e degli animali. Gli umanisti furono tutt’altro che nemici delle scienze, avendo per obiettivo un sapere unitario, armonico ed equilibrato. Nel sistema educativo di Vittorino da Feltre un rilievo particolare era attribuito all’insegnamento della matematica, così come nel Panepistemon di Angelo Poliziano il disegno enciclopedico faceva spazio a tutte le discipline, nella convinzione che per fare poesia e per comprenderla occorresse conoscere anche la filosofia, il diritto, la medicina. Le nuove acquisizioni della scienza coinvolgono, in un modo o nell’altro, anche i poeti maggiori del secolo, da Ludovico Ariosto a Torquato Tasso. 

L’opera di Tasso, con cui si chiude il XVI sec. è indicativa di un’età che vive senza traumatiche fratture il rapporto tra le due culture. In verità, se si considera la biografia intellettuale di Galilei, ci si rende conto che egli ancora compendia in sé la figura dello scienziato e la figura dell’uomo di lettere. Egli fu capace di investigare con successo il mondo della natura e fu al tempo stesso competente di letteratura. Ebbe insomma una cultura tanto scientifica quanto umanistica. Nella sua libreria figuravano tanto Euclide e Archimede quanto Plauto, Terenzio, Giovenale, Marziale e molti altri poeti latini, tanto il De revolutionibus orbium coelestium di Copernico quanto le opere di Boccaccio e il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes Saavedra. Non da ultimo è stato anche un grande prosatore, al punto che Italo Calvino è arrivato a sostenere che Galilei è «il più grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo» (Una pietra sopra, 1980, p. 183). In linea di principio, Galilei è un convinto sostenitore di una netta separazione tra scienza e letteratura, trattandosi per lui di due stili di pensiero antitetici. L’uno, il discorso scientifico, ricerca esclusivamente il vero, l’altro, quello della letteratura, sconta l’approssimazione, l’incertezza e l’opinabilità dei risultati. Per ricorrere a una sua dichiarazione, molto moderna ed efficace, l’intento fu quello di «rifar i cervelli degli uomini» (Le opere, Ed. Nazionale a cura di A. Favaro, 7° vol., 1897, p. 82). 

Per ottenere una radicale rivoluzione mentale non era sufficiente la logica impersonale delle dimostrazioni scientifiche, ma si richiedevano strumenti più persuasivi: anziché essere presentato con disquisizioni filosofiche che rischiano di cadere nell’astrazione e nell’aridità espositiva, il moderno sistema eliocentrico è esposto con lo strumento letterario di una conversazione tra gentiluomini. La nuova scienza, proprio mentre invoca con Galilei un austero linguaggio denotativo, che ricorra «alla severità di geometriche dimostrazioni» (Le opere, cit., 6° vol., 1897, p. 296), sente il bisogno di curare anche la forma letteraria. Si pensa che, se nel Seicento le scoperte e le invenzioni degli scienziati innovatori diventano argomenti affrontati dai poeti, è perché già alla fonte esse possedevano una veste letteraria. In questo periodo storico, l’individuazione delle irregolarità della superficie lunare, dei satelliti di Giove, delle macchie solari, della vera natura della Via Lattea o, per passare dal macro al microcosmo, le rivelazioni dell’anatomia degli insetti e la presenza degli spermatozoi segnarono una rivoluzione epocale, infrangendo la vecchia concezione di un universo antropocentrico. 

Le conseguenze furono sconvolgenti: il cannocchiale galileiano fece vedere che i cieli erano corruttibili, che non era vero che l’intero universo girasse intorno alla Terra, che la centralità dell’uomo era solo una presunzione, dal momento che le migliaia di stelle che si aggiungevano a quelle viste a occhio nudo implicavano l’infinità dell’universo, senza dire della possibilità che ci fossero altri mondi abitati. Per il loro traumatico impatto sull’immaginario collettivo le verità della scienza pubblicate con il Sidereus Nuncius, nel porre fine a millenarie certezze, uscirono dai recinti degli addetti ai lavori e furono subito accolte dalla gente comune e dagli scrittori barocchi con una doppia e ambivalente reazione emotiva. Se per un verso indussero al pessimismo, perché cancellarono le tranquille certezze cosmologiche e segnarono la fine di un’epoca, per un altro verso annunciarono ottimisticamente tempi nuovi. La nuova scienza liberò l’uomo dall’angustia di un mondo finito, per cui quello che si perdeva in sicurezza e familiarità si guadagnava in grandezza. Per un poeta che perseguiva una poetica della meraviglia, le nuove scoperte scientifiche risultavano quanto mai confacenti a essere cantate in versi, e l’Adone, un poema mitologico, attraverso l’espediente della profezia si impossessò con tempestività di ciò che Galilei aveva fatto conoscere con il Sidereus Nuncius. Nell’immaginare un viaggio del protagonista nel Giardino dei cinque sensi in compagnia di Mercurio, il racconto giunge a descrivere le risorse dell’occhio e della vista, creando il pretesto per esaltare l’opera di Galilei (X, 42-46). La meraviglia per un lettore è duplice, dovuta non solo alla versificazione delle scoperte astronomiche, che rovesciavano credenze radicate, ma anche all’immissione nel codice verbale della poesia di un lessico che fino allora le era stato estraneo. Nella civiltà un poco frivola del Settecento si intensifica la domanda di divulgatori per rendere accessibile anche ai profani il discorso sempre più arduo e iniziatico della scienza. Nell’opinione pubblica si propagano vere e proprie mode derivate da scoperte scientifiche capaci di colpire l’immaginario. Basti pensare ai primi studi sull’elettricità, che suscitano tanto interesse da indurre Eusebio Sguario a scrivere un’opera, intitolata appunto Dell’elettricismo (1746), che insegna anche alle dame il modo di percepire la scossa elettrica per mezzo dello strofinamento di una palla di vetro. 

Nel secolo dell’Encyclopédie, consacrata insieme a «scienze, arti e mestieri», come recita il titolo più completo, l’ideale professato da tutti è il conseguimento di una formazione equilibrata tra scienza e letteratura. Secondo Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert, estensore nell’Encyclopédie della voce Géométrie, lo scienziato che esercita questa disciplina, non restando sempre curvo sulle figure e sui calcoli, e interessandosi a questioni di letteratura, di gusto e di filosofia, conserverà contemporaneamente la sensibilità per le cose dilettevoli e il rigore necessario alle dimostrazioni: saprà risolvere un problema, e leggere un poema; calcolare i movimenti dei pianeti e divertirsi a teatro (Enciclopedia, a cura di P. Casini, 1968, p. 666). Fin dai primi anni del secolo Giambattista Vico aveva proclamato l’assoluta incompatibilità tra immaginazione e ragione. La prima aveva prodotto poeti sublimi della grandezza di Omero, ma quegli esempi sono oramai inarrivabili perché lo sviluppo del razionalismo, di cui il cartesianesimo è la dimostrazione estrema, ha atrofizzato gli slanci della fantasia. Di fatto gli ostacoli a questa sinergia sono tanti, nonostante l’alto numero di testi poetici che nel Settecento trattano di materie scientifiche. Il letterato che cerca di abbellire il messaggio scientifico si pone in una posizione subalterna, di divulgatore di conoscenze cui evidentemente si assegna un prestigio oramai necessario per la nobilitazione della stessa poesia. Si oscilla così tra un atteggiamento di collaborazione e un atteggiamento succube. In ogni caso, il prestigio goduto dalla scienza nel Settecento e il suo influsso sulla letteratura portano in questo campo delle modificazioni che lasciano il segno. 

A livello lessicale il linguaggio della scienza si allea al classicismo per combattere l’oscurità delle poetiche barocche, in modo che la letteratura assimili le esigenze del linguaggio scientifico, fatto di efficacia, chiarezza, precisione, economia, traducibilità. Tali aspetti sono individuabili per esempio nella poesia di Giuseppe Parini (1729 – 1799). Nel Giorno egli fa rivivere il mito di Prometeo che avrebbe infuso la vita nell’uomo con una scintilla rapita al Sole, rifacendosi alla teoria fisiologica del «fluido», reso popolare degli studi di Luigi Galvani sull’elettricità animale. Ancora più vistosi sono gli effetti sui contenuti del discorso letterario, che nel clima salottiero del tempo si occupa dei temi di moda dell’elettricità, del magnetismo, dell’inoculazione del vaiolo e, a partire dall’impresa dei fratelli Joseph-Michel e Jacques-Étienne Montgolfier, del pallone aerostatico, celebrato tra i tanti sia da Vittorio Alfieri sia da Vincenzo Monti. Fisica, chimica, astronomia, scienze naturali, medicina diventano materie degne di essere esposte in versi. Nasce il racconto filosofico e il racconto fantastico si nutre di enunciati scientifici. Anche la mitologia, che sarà uno dei temi della polemica dei romantici contro i classicisti, muta, almeno in teoria, il suo assetto. Per esempio Urania, la musa dell’astronomia e del poemetto didascalico, diventa il simbolo dell’armonia universale, mentre Amore, figlio di Venere, capace di fare innamorare gli uomini, diventa la personificazione della forza di gravità che tiene unito il cosmo. Eppure, nonostante tutti questi sforzi di adattamento, alla fine del secolo ci si rende conto che ormai, dopo tanti tentativi, la poesia non può più fare propri gli argomenti di una scienza che nel frattempo si è sempre più specializzata e allontanata dal linguaggio comune, e, a maggior ragione, dal linguaggio poetico.

Alle soglie del Romanticismo cade l’illusione che la poesia possa adeguatamente celebrare la scienza. Sta per comparire un Leopardi che di lì a poco sancirà con dolore la loro reciproca incompatibilità. Dopo tante dichiarazioni che nel Settecento si erano espresse a favore del connubio di scienza e letteratura, nell’Ottocento ci si arrende alla loro separazione. Se il Settecento era dominato dall’entusiasmo per i progressi della scienza, nel secolo successivo prevalgono il disinganno e la diffidenza. Lo stesso Foscolo, nella fase in cui si firmava Didimo Chierico, ebbe a rammaricarsi che la geometria, non applicabile alle arti, era una galleria di scarne definizioni; e che, malgrado l’algebra, resterà scienza imperfetta e per lo più inutile finché non sia conosciuto il sistema incomprensibile dell’Universo (Scritti didimei, a cura di G. Luti, 1974, p. 214).>>