mercoledì 30 ottobre 2019

TRILOBITI, FOSSILI SPETTACOLARI


la scuola del sapere

trilobiti sono artropodi di ambiente marino esclusivi dell'era paleozoica, che costituiscono la classe Trilobita. Questo gruppo è documentato dal Cambriano Inferiore avanzato (a partire da circa 521 Ma), fino al tardo Permiano (circa 250 Ma). Il loro nome significa "a tre lobi", dalla loro caratteristica morfologica più evidente, la partizione longitudinale del corpo in tre lobi: un lobo assiale (mediano), e due pleurali (laterali).
Sono forme generalmente di piccole e medie dimensioni: per la maggior parte da pochi millimetri a una decina di centimetri di lunghezza, eccezionalmente fino 60–70 cm. I trilobiti sono dotati di un esoscheletro con morfologia complessa, in parte di natura organica e in parte composto da carbonato di calcio. Questi organismi, caratterizzati da una spiccata segmentazione metamerica, sono dotati di un capo differenziato (cephalon), in posizione anteriore, con occhi composti (che in qualche caso sono regrediti o assenti); di un torace (thorax) segmentato e articolato, e infine da un elemento posteriore a scudo (pygidium). Sono inoltre dotati di varie paia di appendici articolate (un paio per ogni segmento del corpo, o metamero), in parte con funzione di arti per la deambulazione e in parte di supporto a strutture branchiali.
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Fino a oggi sono stati determinati circa 1.500 generi e 10.000 specie di trilobiti vissuti nei 270 milioni di anni circa della vita complessiva di questo gruppo. I trilobiti sono buoni fossili guida e hanno consentito, soprattutto per il Paleozoico Inferiore, la distinzione di varie province paleobiogeografiche. Sono caratterizzati da una evoluzione rapida con variazione vistosa dei caratteri, che fanno di molte specie di questo gruppo degli indicatori biostratigrafici di notevole importanza per la datazione delle rocce sedimentarie paleozoiche. Il loro valore stratigrafico è massimo nel Paleozoico Inferiore, in particolare nel Cambriano e nell'Ordoviciano.
Nuove scoperte sui trilobiti, le bizzarre creature simili a insetti che dominarono i mari per centinaia di milioni di anni. Un team di paleontologi è riuscito a esaminare viscere, “zampe” (o meglio, appendici ventrali) e branchie di un animale vissuto quasi 500 milioni di anni fa. Pur avendo già classificato oltre 20 mila specie di trilobiti, gli scienziati sanno ancora poco di come si muovessero o si nutrissero: il motivo è che i tessuti molli dell'addome si sono deteriorati molto prima che cominciasse il processo di mineralizzazione dell'esoscheletro, che ha permesso che giungessero fino a noi i caratteristici fossili dall'aspetto "alieno".

Oggi due paleontologi, Diego García-Bellido, dell’Università di Adelaide, e Juan Carlos Gutiérrez-Marco, del Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo, hanno studiato tre esemplari di trilobite Megistaspis hammondi risalenti a 478 milioni di anni fa e provenienti dal Marocco, donati da un collezionista privato, e li hanno descritti in un articolo pubblicato sugli Scientific Reports di Nature. E grazie allo stato quasi perfetto di conservazione dei tessuti 
molli, sono riusciti a ricostruire il modo di vivere dei trilobiti: a quanto pare, gli animali setacciavano laboriosamente gli strati superiori dei sedimenti marini, rastrellando il fango soffice alla ricerca di cibo e sostanze nutritive.
 
Gli scienziati hanno scoperto inoltre che l’apparato digerente dei trilobiti conteneva l’epatopancreas, un organo ghiandolare che nei moderni artropodi si trova soprattutto nei predatori, e che produce enzimi che aiutano ad assorbire e digerire il cibo. Era presente anche un gozzo, o ingluvie, una sacca che serve a immagazzinare e digerire il cibo e che è presente in alcuni uccelli e invertebrati moderni.

Ecco un video molto interessante:

Comparse oltre 530 milioni di anni fa, i trilobiti, subirono una serie di estinzioni di massa tra cui appunto, quella nota come crisi dell’Ordoviciano. Scomparvero soprattutto le specie di acque tropicali, mentre sopravvissero quelle di acque profonde e dunque più fredde. Un tale evento, è associabile, secondo molti ricercatori, solamente a radicali cambiamenti, a livello regionale o addirittura globale, di tipo climatico. Il fattore clima e in particolare la temperatura delle acque, nonché lo spazio fisico e vitale sul fondo dell’oceano, sono i fattori limitanti la distribuzione e l’abbondanza delle specie (Stanley, S. M.). 

Gli animali attuali, è noto, possono vivere solamente in dato range di temperatura dell’acqua e, una discontinuità termica, segna spesso, in modo netto, il limite dell’areale di distribuzione di una specie.
Dunque, una drastica variazione di temperatura, potrebbe portare una specie alla completa scomparsa se essa non fosse adattabile alle nuove condizioni o non avesse tempo e spazio per spostarsi in un ambiente adatto. Il raffreddamento climatico, spiegherebbe dunque la maggior parte degli eventi di estinzione di massa che hanno coinvolto numerosi taxa marini. Per cui sembra plausibile l’ipotesi della glaciazione, che appunto, alla fine dell’Ordoviciano, ha portato alla scomparsa di numerose specie di triliobiti, quasi tutte di acque calde tropicali, risparmiando le specie di acque fredde che, successivamente, attraverso un evento o più eventi di speciazione, hanno nuovamente colmato le nicchie lasciate vuote dai loro parenti di acque tropicali
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